Broccoli nel piatto, uno sguardo deciso verso il genitore e una risposta che sembra non lasciare spazio a trattative: «Questo non lo mangio». Molte famiglie conoscono bene questa scena, soprattutto quando il bambino si trova davanti a un alimento che non riconosce o che non ha mai assaggiato. Dietro questo comportamento, però, spesso non c’è un semplice capriccio. Gli esperti parlano di neofobia alimentare, cioè della diffidenza e della riluttanza che alcuni bambini manifestano nei confronti dei cibi nuovi o sconosciuti. Si tratta di un fenomeno diffuso nell’infanzia e una recente attenzione sul tema ha riportato al centro del dibattito il modo più efficace per accompagnare i bambini verso una maggiore varietà alimentare.
Un fenomeno molto più diffuso di quanto si pensi
Secondo una ricerca del CREA, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, l’85,4% dei bambini analizzati presenta un livello intermedio o alto di neofobia alimentare. Lo studio ha coinvolto 288 bambini italiani tra i 3 e gli 11 anni e ha rilevato un livello intermedio nel 67,3% dei partecipanti e un livello elevato nel 18,1%. La ricerca ha inoltre evidenziato un’associazione tra livelli più elevati di neofobia e una minore aderenza alla dieta mediterranea, insieme a una maggiore tendenza a rifiutare alimenti come frutta, verdura e legumi.
Il dato non significa che ogni bambino che rifiuta un alimento abbia un problema. La neofobia alimentare può accompagnare una normale fase dello sviluppo e, proprio per questo, gli esperti suggeriscono di evitare reazioni eccessive davanti al rifiuto. La questione cambia quando la selettività diventa molto marcata, limita fortemente la varietà della dieta o crea difficoltà importanti nella vita quotidiana: in questi casi la famiglia può confrontarsi con il pediatra e con un professionista della nutrizione. Il punto centrale resta comunque evitare che il momento del pasto diventi una battaglia quotidiana.
La ricerca mostra che il gusto può cambiare
Un altro studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports dai ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, ha analizzato l’effetto di un percorso di educazione alimentare basato su Nutripiatto. La ricerca ha coinvolto inizialmente 781 bambini tra i 6 e i 10 anni in Lazio, Piemonte e Sicilia. Al termine del percorso, 525 bambini hanno completato entrambe le valutazioni previste. Il progetto ha accompagnato i bambini per due mesi attraverso attività di educazione alimentare e l’utilizzo di Nutripiatto anche a casa.
I risultati hanno mostrato cambiamenti nelle abitudini alimentari, con una maggiore attenzione alle porzioni e variazioni nella frequenza di consumo di diversi alimenti. In particolare, in alcune delle aree coinvolte sono aumentati il consumo di frutta e verdura, mentre in altre sono emerse modifiche positive rispetto ad alcuni alimenti meno salutari. Anche il consumo di acqua è cresciuto in Lazio e Sicilia. Lo studio presenta però alcuni limiti: i ricercatori hanno utilizzato un questionario compilato dai genitori e non hanno previsto un gruppo di controllo o una randomizzazione. Per questo motivo, i risultati suggeriscono un possibile effetto positivo dell’intervento ma non permettono di attribuire con certezza tutti i cambiamenti esclusivamente a Nutripiatto.
I cinque consigli per affrontare il rifiuto
Il primo consiglio riguarda la ripetizione. Un alimento nuovo non deve necessariamente conquistare il bambino al primo assaggio. I genitori possono continuare a proporlo senza obbligare il piccolo a mangiarlo. La semplice esposizione può creare familiarità e rendere progressivamente meno estraneo un sapore, un colore o una consistenza. L’obiettivo non consiste quindi nel vincere una discussione a tavola, ma nel lasciare al bambino il tempo necessario per costruire un rapporto con quel determinato alimento.
Il secondo suggerimento consiste nel coinvolgere i bambini nella preparazione dei pasti. Lavare una verdura, mescolare un impasto, scegliere tra alcuni ingredienti o aiutare a preparare una ricetta può trasformare il cibo da qualcosa di sconosciuto a qualcosa con cui il bambino ha avuto un contatto diretto. La curiosità può diventare così un alleato dell’educazione alimentare. Anche attività molto semplici possono creare un’occasione per osservare gli ingredienti, annusarli, toccarli e conoscerli prima ancora di portarli in tavola.
Il terzo punto riguarda l’esempio degli adulti. I bambini osservano ciò che accade intorno a loro e spesso imitano comportamenti che vedono ripetere quotidianamente. Se mamma, papà o gli altri componenti della famiglia consumano con naturalezza frutta, verdura, legumi e altri alimenti, il bambino può incontrare meno resistenza davanti a quei cibi. Le abitudini familiari possono quindi contribuire concretamente alla formazione del gusto.
Il quarto consiglio invita a raccontare la storia degli ingredienti. Un alimento può diventare più interessante quando il bambino scopre da dove arriva, come cresce, in quale Paese lo utilizzano oppure quale tradizione lo accompagna. Questo approccio assume un significato particolare in una società sempre più multiculturale, dove sulle tavole italiane compaiono ingredienti provenienti da tradizioni differenti.
Il quinto suggerimento riguarda infine l’atmosfera a tavola. Il pasto dovrebbe rappresentare un momento di condivisione, dialogo e scoperta, non un esame da superare. Urla, ricatti e pressioni possono trasformare il cibo in una fonte di tensione. Al contrario, un ambiente sereno può lasciare maggiore spazio alla curiosità e alla possibilità di provare qualcosa di nuovo.
Nutripiatto Senza Confini guarda alle nuove famiglie
Su questa impostazione nasce anche Nutripiatto Senza Confini, evoluzione del progetto Nutripiatto sviluppato da Nestlé con il contributo scientifico dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della SIPPS, la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale. Il progetto unisce i principi della dieta mediterranea a ingredienti e tradizioni alimentari provenienti da diverse culture.
Cous cous, noodles, quinoa, tofu, pak choi e miglio possono così entrare nelle proposte familiari insieme agli alimenti della tradizione italiana. L’obiettivo non consiste nel sostituire una cultura alimentare con un’altra, ma nel proporre un modello equilibrato capace di accogliere abitudini differenti. La varietà può diventare uno strumento di educazione, inclusione e curiosità.
La neofobia alimentare, dunque, non richiede necessariamente soluzioni drastiche. Il messaggio che arriva dagli esperti punta soprattutto sulla continuità: proporre, aspettare, coinvolgere, dare l’esempio e mantenere un clima tranquillo. Un bambino che oggi rifiuta una verdura potrebbe semplicemente avere bisogno di più tempo per conoscerla. L’obiettivo non è costringerlo a mangiare tutto, ma aiutarlo gradualmente a sentirsi più sicuro davanti a ciò che ancora non conosce.
ExtraRem: tutto il resto, senza filtri.
Clicca qui per iscriverti al canale Whatsapp!
Table of Contents

