La crisi legata alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha prodotto in sei mesi un pesante effetto sull’economia italiana, soprattutto attraverso l’aumento dei costi dell’energia e dei trasporti. Secondo una stima della CNA, tra il primo marzo e il 31 agosto famiglie e imprese italiane hanno sostenuto 11,8 miliardi di euro di costi energetici aggiuntivi rispetto ai livelli precedenti alla crisi. Il dato comprende carburanti, elettricità e gas e mostra quanto una crisi geopolitica lontana dai confini italiani possa incidere rapidamente sulle spese quotidiane. La componente più consistente riguarda la mobilità: benzina e gasolio hanno assorbito circa 5,8 miliardi di euro di maggiore spesa. L’elettricità ha generato un aggravio stimato tra 3,7 e 3,8 miliardi, mentre il gas utilizzato direttamente da famiglie e imprese ha aggiunto altri 2-2,2 miliardi.
Il peso della crisi non si limita quindi alla voce delle bollette. L’aumento dei costi energetici attraversa infatti l’intera economia, perché carburanti ed elettricità incidono sulla produzione, sulla logistica, sui trasporti e sulla distribuzione delle merci. Le piccole imprese risultano particolarmente esposte alle oscillazioni dei mercati, anche perché dispongono generalmente di una capacità contrattuale inferiore rispetto ai grandi gruppi e incontrano maggiori difficoltà nel trasferire rapidamente i rincari sui prezzi finali. La CNA descrive questo effetto come una sorta di tassa energetica straordinaria, capace di comprimere margini e investimenti e di mettere sotto pressione la competitività delle attività produttive.
Hormuz resta il punto decisivo per l’energia
Al centro dello shock energetico c’è lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici più importanti per il commercio mondiale di petrolio e gas. La crisi ha modificato le rotte internazionali e ha aumentato la pressione sui mercati energetici. L’Italia, che importa gran parte del proprio fabbisogno petrolifero via mare, risente direttamente delle variazioni dei prezzi internazionali e dei costi legati alla disponibilità dei prodotti raffinati. Anche il gas ha subito conseguenze rilevanti: gli attacchi che hanno colpito gli impianti di produzione del Qatar hanno ridotto una fonte importante di approvvigionamento e hanno costretto il mercato europeo a cercare alternative.
Il quadro internazionale conferma la portata dello shock. Nel periodo considerato, gli importatori mondiali di combustibili fossili hanno sostenuto circa 330 miliardi di dollari di costi aggiuntivi rispetto alle aspettative precedenti alla guerra. L’Italia figura tra i Paesi maggiormente colpiti dall’aumento dei costi energetici e, secondo le stime richiamate nelle analisi sulla crisi, occupa il quinto posto tra le economie più esposte. Il conto netto per l’Italia raggiunge circa 10 miliardi di dollari, pari allo 0,42% del PIL. L’economia italiana ha comunque mantenuto una crescita positiva, sostenuta soprattutto dai servizi e dagli investimenti collegati al PNRR, mentre industria e agricoltura hanno risentito maggiormente dell’aumento dei costi energetici.
Benzina e diesel sopra la soglia psicologica dei due euro
Uno degli effetti più visibili per gli automobilisti riguarda i carburanti. Alla fine di agosto la benzina self service sulla rete italiana ha raggiunto una media di circa 2,017 euro al litro, mentre il gasolio si è attestato intorno a 2,130 euro al litro. La pressione sui prezzi non dipende soltanto dal valore del petrolio, ma anche dal costo della raffinazione, che durante la crisi ha assunto un peso particolarmente significativo. Un’analisi pubblicata a inizio settembre ha evidenziato infatti un forte aumento dei costi di trasformazione del greggio in benzina e gasolio, contribuendo alla crescita dei prezzi alla pompa.
Il superamento dei due euro rappresenta soprattutto un dato simbolico per le famiglie italiane, ma l’effetto economico diventa concreto quando gli aumenti si accumulano durante l’anno. Chi utilizza quotidianamente l’automobile per raggiungere il luogo di lavoro, accompagnare i figli o effettuare lunghi spostamenti sostiene un incremento che si somma agli altri rincari. Anche le imprese di trasporto affrontano costi superiori e possono trasferire una parte dell’aumento lungo la catena distributiva. Il carburante più caro finisce così per incidere indirettamente anche sul prezzo dei prodotti e dei servizi.
Il carrello della spesa cresce del 29,5% in cinque anni
La crisi energetica si inserisce inoltre in un quadro di inflazione alimentare già particolarmente pesante. Un’analisi pubblicata alla fine di agosto ha calcolato che il carrello della spesa italiano è aumentato del 29,5% tra il 2021 e il 2026. Un paniere composto da 31 prodotti rappresentativi è passato da un valore pari a 100 a 129,5 euro. L’incremento supera quello dell’inflazione generale registrata nello stesso periodo, che si è attestata intorno al 21%, e mostra quanto il costo degli alimenti abbia inciso sulle disponibilità economiche delle famiglie.
Alcuni prodotti hanno registrato aumenti ancora più marcati. Il caffè ha raggiunto un rincaro del 51%, mentre l’olio extravergine ha segnato un aumento del 47%. Anche diversi ortaggi hanno registrato incrementi molto elevati, con zucchine e pomodori tra gli alimenti maggiormente interessati dalla crescita dei prezzi. Il risultato è un bilancio familiare sempre più difficile da gestire, perché all’aumento della spesa alimentare si aggiungono quello dell’energia, dei trasporti e di numerosi servizi.
Il peso sui bilanci potrebbe continuare
La situazione dimostra quanto rapidamente uno shock internazionale possa trasformarsi in una pressione diretta sui bilanci italiani. Gli 11,8 miliardi di euro di maggiore spesa energetica rappresentano il costo accumulato in sei mesi e non una singola voce presente nelle bollette. Il dato comprende infatti effetti differenti che raggiungono famiglie e imprese attraverso l’elettricità, il gas e i carburanti. A questi costi si aggiungono poi le conseguenze indirette sui prezzi dei beni e dei servizi, che rendono più difficile separare l’effetto della crisi energetica dagli altri fattori che alimentano l’inflazione.
Per le famiglie il problema assume quindi una dimensione quotidiana: il pieno costa di più, le utenze possono aumentare e il carrello della spesa richiede una quota maggiore del reddito disponibile. Per le imprese, invece, il rischio riguarda soprattutto la riduzione dei margini e la difficoltà di mantenere invariati i prezzi quando crescono energia, trasporti e materie prime. La crisi iraniana ha così trasformato lo Stretto di Hormuz da una questione geopolitica a un fattore economico capace di entrare direttamente nei bilanci degli italiani.
Il quadro dei prossimi mesi dipenderà soprattutto dall’evoluzione dei mercati energetici e dalla stabilità delle rotte commerciali. Un ritorno a condizioni più regolari potrebbe ridurre gradualmente la pressione sui prezzi, ma gli effetti già accumulati non scomparirebbero immediatamente. I rincari alimentari degli ultimi cinque anni, inoltre, mostrano che una parte significativa dell’aumento del costo della vita precede l’attuale crisi. Per questo il conto dell’emergenza energetica si somma a una pressione sui consumi che gli italiani affrontano ormai da diversi anni.
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