Il quadro del lavoro dignitoso in Italia continua a presentare forti criticità nel confronto con il resto dell’Europa. Alla vigilia della Giornata mondiale del lavoro dignitoso, che ricorre il 7 ottobre, una nuova analisi dell’Osservatorio Talents Venture fotografa un mercato del lavoro che negli ultimi anni ha aumentato il numero degli occupati, ma che mantiene distanze molto ampie rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea. Nel primo trimestre del 2026 gli occupati italiani hanno raggiunto 24,2 milioni, ma il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni si è fermato al 67,6%. La media dell’Unione europea arriva invece al 76,1%, mentre la Germania raggiunge l’81,1%. Il dato colloca quindi l’Italia all’ultimo posto tra i 27 Paesi dell’Unione europea per tasso di occupazione.
Il peso degli inattivi resta una delle grandi debolezze
Dietro il basso tasso di occupazione emerge soprattutto il peso delle persone che non partecipano al mercato del lavoro. Nel 2025 gli inattivi italiani tra i 15 e i 64 anni hanno raggiunto 12,37 milioni. Il numero rappresenta il 33,3% della popolazione italiana in età lavorativa, contro il 24,4% registrato nell’Unione europea. Il dato mostra comunque un miglioramento rispetto al 2019, quando gli inattivi superavano i 13 milioni, ma la distanza dagli altri Paesi resta considerevole. Secondo l’analisi, se l’Italia raggiungesse la stessa quota di inattivi dell’Unione europea, a parità di popolazione nella fascia considerata avrebbe circa 3,3 milioni di persone in meno fuori dalla forza lavoro. Il problema, dunque, non riguarda soltanto la quantità di posti disponibili, ma anche la capacità del sistema economico di coinvolgere una parte molto ampia della popolazione in età lavorativa.
Il peso italiano assume una dimensione ancora più evidente se confrontato con il resto dell’Unione. Gli occupati italiani rappresentano circa l’11,7% degli occupati europei, mentre gli inattivi italiani costituiscono il 17,9% di tutti gli inattivi dell’Ue. Questo squilibrio incide sulla capacità produttiva del Paese e limita anche il contributo dell’Italia alla crescita europea. Il mercato del lavoro, quindi, non deve affrontare soltanto la necessità di creare nuove opportunità, ma deve riuscire anche a riportare verso l’occupazione una quota consistente di persone oggi fuori dalla forza lavoro.
Pochi lavori altamente qualificati e un divario di 1,8 milioni
Un’altra criticità riguarda la qualità delle occupazioni disponibili. In Italia le professioni che comprendono dirigenti, professioni intellettuali e professioni tecniche rappresentano il 37% degli occupati. Nell’Unione europea la quota sale al 44,7%, mentre in Germania raggiunge il 48,2% e in Francia il 50,5%. Soltanto Romania, Grecia e Spagna presentano una percentuale inferiore a quella italiana. Secondo l’analisi, rispetto alla struttura occupazionale europea, l’Italia registra 1,8 milioni di occupati in meno nei ruoli qualificati. Il dato evidenzia un problema strutturale: il Paese dispone di una consistente base produttiva, ma crea meno posizioni ad alta qualificazione rispetto alle principali economie europee.
Il confronto tra i settori aiuta a comprendere meglio la situazione. Industria e costruzioni rappresentano complessivamente il 27% degli occupati italiani tra i 15 e i 64 anni, una quota superiore al 24,3% europeo e vicina al 26,4% della Germania. Anche il peso della manifattura italiana, pari al 18,2%, risulta praticamente identico a quello tedesco, fermo al 18,3%. La distanza emerge quindi soprattutto nella composizione delle professioni e nella capacità di sviluppare occupazioni ad alto valore aggiunto. Meno professioni qualificate significano anche minori possibilità di valorizzare competenze avanzate e di sostenere una crescita consistente delle retribuzioni.
Stipendi, il potere d’acquisto resta sotto la media europea
Il capitolo delle retribuzioni aggiunge un’altra componente al quadro. Per confrontare realmente gli stipendi tra Paesi diversi occorre considerare il potere d’acquisto, perché il costo dei beni e dei servizi cambia sensibilmente all’interno dell’Unione europea. Utilizzando questo parametro, la retribuzione mediana lorda italiana nel 2022 raggiungeva 13,60 PPS per ora. La media dell’Unione europea arrivava a 14,91 PPS, mentre la Francia raggiungeva 15,48 e la Germania 17,33. Ancora più distante risultava la Danimarca, con 22,39 PPS, seguita dal Belgio con 21,30.
Il confronto mostra quindi che il valore reale degli stipendi italiani rimane inferiore alla media europea. La situazione appare particolarmente interessante quando si osservano i titoli di studio. In Italia la retribuzione mediana di un lavoratore diplomato raggiunge 13,00 PPS l’ora, mentre quella di un lavoratore con un titolo terziario arriva a 19,46 PPS. La differenza corrisponde a un premio del 49,7% per chi possiede un titolo universitario, superiore al 43,4% registrato nell’Unione europea. Questo dato, però, non indica necessariamente che l’Italia remuneri meglio l’istruzione superiore. Il motivo principale sta infatti nella retribuzione particolarmente bassa dei diplomati. I laureati italiani guadagnano il 3,1% in meno rispetto ai laureati europei, mentre i diplomati italiani guadagnano il 7,2% in meno rispetto ai diplomati europei.
Il confronto con la Germania rende ancora più evidente la distanza. Un laureato italiano guadagna il 25,5% in meno rispetto a un laureato tedesco in termini di retribuzione mediana a parità di potere d’acquisto. Allo stesso tempo, il vantaggio salariale di un laureato italiano rispetto a un diplomato tedesco si riduce al 19%. La maggiore remunerazione relativa della laurea in Italia, dunque, non deriva soltanto da un riconoscimento economico più forte dell’istruzione universitaria, ma anche dal livello particolarmente contenuto delle retribuzioni di chi possiede un diploma.
Donne ancora lontane dagli uomini nel mercato del lavoro
Il divario di genere rappresenta uno dei punti più critici. Nel 2025 il tasso di occupazione maschile italiano ha raggiunto il 77,1%, contro l’80,9% della media europea. Per le donne, invece, il dato è sceso al 58%. La distanza dalla media europea arriva così a circa 13 punti percentuali, mentre rispetto alla Germania il divario sfiora i 20 punti. La differenza tra uomini e donne rimane quindi molto ampia e contribuisce in maniera decisiva alla posizione dell’Italia nelle classifiche europee sull’occupazione.
La questione non riguarda soltanto l’accesso al lavoro, ma anche la qualità delle opportunità disponibili e la possibilità di costruire percorsi professionali duraturi. Un mercato nel quale una quota così ampia di donne rimane fuori dall’occupazione perde una parte significativa delle proprie competenze e della propria capacità produttiva. Il divario di genere si intreccia inoltre con quello territoriale e con la distribuzione delle professioni qualificate, rendendo più complesso il percorso verso un mercato del lavoro realmente inclusivo.
Un mercato che cresce, ma non abbastanza in qualità
I numeri raccontano quindi una situazione più complessa rispetto alla semplice crescita degli occupati. L’Italia ha superato quota 24 milioni di lavoratori e il mercato del lavoro ha continuato ad ampliarsi, ma il confronto europeo evidenzia ancora profonde fragilità. Il Paese registra il tasso di occupazione più basso dell’Ue, mantiene una quota molto elevata di inattivi, presenta meno professioni altamente qualificate e offre retribuzioni inferiori alla media europea in termini di potere d’acquisto. A tutto questo si aggiunge un divario di genere particolarmente marcato.
Secondo Pier Giorgio Bianchi, amministratore delegato e co-fondatore di Talents Venture, “il vero nodo è qualitativo: mancano 1,8 milioni di posti qualificati che oggi, semplicemente, non esistono”. Il problema, dunque, non riguarda soltanto la necessità di aumentare il numero delle persone occupate, ma anche quella di trasformare la struttura produttiva italiana e creare maggiori opportunità nei settori capaci di valorizzare competenze, formazione e innovazione.
La fotografia alla vigilia della Giornata mondiale del lavoro dignitoso mostra così un’Italia che ha compiuto progressi sul fronte quantitativo, ma che deve ancora colmare distanze significative rispetto all’Europa. Occupazione, salari, qualificazione professionale e parità di genere restano i quattro nodi principali da affrontare per avvicinare il mercato del lavoro italiano agli standard delle altre grandi economie europee. Il tema non riguarda soltanto quanti italiani lavorano, ma soprattutto quale lavoro trovano, quanto guadagnano e quali possibilità hanno di costruire un percorso professionale stabile e adeguatamente valorizzato.
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