La fuga dei laureati italiani verso l’estero continua a raccontare una delle principali difficoltà del mercato del lavoro nazionale: l’Italia forma giovani qualificati che spesso trovano fuori dai confini maggiori opportunità professionali e retribuzioni più elevate. Il quadro emerge dal Rapporto AlmaLaurea 2026, che ha analizzato i percorsi universitari e gli esiti occupazionali di centinaia di migliaia di laureati. I numeri mostrano una situazione articolata. Da una parte cresce l’occupazione dei laureati in Italia, dall’altra il confronto con gli altri Paesi europei continua a spingere una parte dei giovani verso l’estero.
Il dato più significativo riguarda proprio gli stipendi. A cinque anni dalla laurea, i laureati italiani di secondo livello che lavorano all’estero arrivano in media a 2.941 euro netti al mese, mentre chi ha scelto di rimanere in Italia percepisce circa 1.840 euro. La differenza raggiunge quindi il 59,9%. Anche a un anno dal titolo il divario risulta molto ampio: chi lavora oltreconfine guadagna mediamente 2.290 euro netti al mese, contro i 1.452 euro dei colleghi rimasti in Italia, con una differenza del 57,6%.
Il salario pesa sulla decisione di partire
La distanza economica contribuisce a spiegare perché l’esperienza all’estero, per una parte dei laureati, non rappresenti soltanto una fase temporanea all’inizio della carriera. Tra i laureati italiani che lavorano fuori dal Paese, il 37% considera molto improbabile un ritorno in Italia nei cinque anni successivi, mentre un altro 31,5% giudica poco probabile il rientro. Complessivamente, quasi sette persone su dieci non prevedono quindi di tornare nel breve periodo.
Il rapporto mostra così una difficoltà che va oltre il semplice numero di giovani che ogni anno partono. Il problema riguarda soprattutto la capacità di convincere chi ha già costruito una carriera all’estero a tornare. Una volta raggiunta una determinata posizione professionale, infatti, il confronto non riguarda soltanto lo stipendio. Entrano in gioco anche le possibilità di crescita, la qualità dell’organizzazione del lavoro, l’autonomia, la flessibilità e le prospettive future. Il rientro diventa più difficile quando il mercato italiano non riesce a offrire condizioni considerate comparabili.
Germania e Svizzera tra le destinazioni preferite
I laureati che scelgono di lavorare all’estero guardano soprattutto all’Europa. La Germania raccoglie il 15,2% dei laureati italiani occupati oltreconfine, seguita dalla Svizzera con il 13,5%. Seguono Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito. La distribuzione conferma l’importanza dei principali mercati europei, dove i giovani con una formazione universitaria possono trovare aziende, sistemi produttivi e percorsi di carriera capaci di valorizzare maggiormente le competenze acquisite.
La mobilità, tuttavia, coinvolge una quota relativamente contenuta dell’intera popolazione dei laureati. A un anno dal titolo lavora all’estero il 3,7% dei laureati di primo livello e il 4,5% di quelli di secondo livello. Il fenomeno acquista maggiore peso osservando le traiettorie nel tempo: tra chi ha conseguito una laurea magistrale e costruisce la propria carriera fuori dall’Italia, la permanenza all’estero può consolidarsi fino a diventare una scelta stabile.
L’Italia mostra anche un’altra faccia
Il Rapporto AlmaLaurea 2026 non racconta però soltanto la perdita di capitale umano. L’Italia riesce anche ad attirare e trattenere una parte consistente dei laureati internazionali, cioè persone con cittadinanza estera che hanno conseguito il diploma di scuola secondaria all’estero e hanno poi completato gli studi universitari in un ateneo italiano. Nel 2024 questa componente rappresentava il 3,6% del totale dei laureati considerati dall’indagine.
Il dato più interessante arriva osservando cosa accade dopo la laurea. A cinque anni dal titolo, il 60% dei laureati internazionali risulta occupato in Italia. La capacità di permanenza cambia anche in base al genere: tra le donne la quota raggiunge il 66%, mentre tra gli uomini si ferma al 53,8%. Il risultato dimostra che l’Italia non svolge soltanto il ruolo di Paese dal quale i giovani partono, ma può anche diventare una destinazione capace di trattenere competenze provenienti dall’estero.
Occupazione in crescita, ma gli stipendi restano il nodo
Il quadro generale del lavoro dei laureati presenta alcuni segnali positivi. A un anno dalla laurea, il tasso di occupazione raggiunge l’81,2% tra chi possiede un titolo di primo livello e l’80,8% tra chi ha conseguito una laurea di secondo livello. Dopo cinque anni i valori superano il 90%, arrivando rispettivamente al 91,7% e al 94,4%. Il problema italiano, quindi, non riguarda soltanto la possibilità di trovare un impiego, ma anche la qualità economica e professionale dell’occupazione.
Le retribuzioni medie dei laureati che lavorano in Italia mostrano infatti valori nettamente inferiori rispetto a quelli registrati oltreconfine. A cinque anni dal titolo, chi possiede una laurea di secondo livello percepisce in Italia circa 1.903 euro netti mensili. Il confronto con i 2.941 euro dei colleghi che lavorano all’estero rende evidente quanto il fattore economico possa incidere sulle scelte di mobilità.
Una generazione più selettiva sul lavoro
Il rapporto evidenzia inoltre un cambiamento nelle aspettative dei giovani laureati. Sempre meno persone accettano qualsiasi impiego pur di entrare nel mercato del lavoro. Alla vigilia della laurea, la disponibilità ad accettare un lavoro non coerente con il percorso universitario è scesa dall’87,2% del 2016 al 76,4%. Anche sul fronte della retribuzione cresce la selettività: nel 2025 il 66,9% dei laureandi considera accettabile una retribuzione netta mensile di almeno 1.500 euro per un lavoro a tempo pieno, mentre nel 2016 la quota si fermava al 24,4%.
Il cambiamento non riguarda quindi soltanto la ricerca di uno stipendio più alto. I laureati attribuiscono sempre maggiore importanza anche al tempo libero, alla flessibilità, alle relazioni professionali, all’autonomia e alla possibilità di svolgere un’attività coerente con le proprie competenze. «Non sono più solo carriera e guadagno a contare», ha sottolineato la direttrice di AlmaLaurea Marina Timoteo, evidenziando la crescente attenzione verso la qualità complessiva del lavoro.
La fotografia restituita dal Rapporto AlmaLaurea 2026 presenta quindi una contraddizione evidente. L’Italia migliora sul fronte dell’occupazione dei laureati, ma continua a perdere una parte delle proprie competenze più mobili davanti a differenze salariali e professionali difficili da ignorare. Allo stesso tempo, il Paese dimostra di poter attrarre giovani formati all’estero e, in molti casi, di riuscire a trattenerli. La sfida dei prossimi anni sarà dunque duplice: rendere il mercato italiano più competitivo per chi decide di restare e creare condizioni abbastanza solide da convincere una parte di chi è partito a considerare nuovamente l’Italia come una scelta concreta per il proprio futuro.
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