Il governo torna a guardare al taglio dell’Irpef per il ceto medio in vista della prossima legge di Bilancio. L’ipotesi allo studio prevede un intervento sulla fascia di reddito che oggi supera i 50mila euro e che, secondo le regole entrate in vigore nel 2026, paga l’aliquota del 43 per cento sulla parte eccedente quella soglia. L’obiettivo consiste nell’estendere fino a 60mila euro il limite entro il quale applicare l’aliquota del 33 per cento. Non si tratta quindi di portare tutta l’imposta al 33 per cento per chi guadagna fino a 60mila euro, ma di modificare il confine tra il secondo e il terzo scaglione.
La proposta, al momento, non rappresenta ancora una misura definitiva. Il governo deve infatti individuare le risorse necessarie e inserire l’eventuale intervento nella manovra per il 2027. Le discussioni sulla riduzione della pressione fiscale proseguono mentre l’esecutivo lavora alla costruzione del prossimo bilancio dello Stato. La questione riguarda soprattutto i contribuenti con redditi medio-alti, una fascia che negli ultimi anni ha chiesto con insistenza un alleggerimento del carico fiscale.
Come funziona oggi l’Irpef
Per capire l’effetto della possibile modifica occorre partire dall’attuale sistema. Dal 2026 l’Irpef utilizza tre principali aliquote: 23 per cento fino a 28mila euro, 33 per cento da oltre 28mila fino a 50mila euro e 43 per cento oltre 50mila euro. La legge di Bilancio 2026 ha infatti ridotto dal 35 al 33 per cento l’aliquota relativa al secondo scaglione, mantenendo però a 50mila euro il limite superiore della fascia. Il provvedimento ha reso strutturale la riduzione e ha previsto un risparmio fiscale che, per la parte interessata, può arrivare a 440 euro all’anno.
La nuova proposta non cambierebbe quindi l’aliquota del 33 per cento già prevista per la fascia compresa tra 28mila e 50mila euro. L’intervento allargherebbe invece quella fascia di altri 10mila euro. In pratica, la parte di reddito compresa tra 50mila e 60mila euro non subirebbe più l’aliquota del 43 per cento, ma quella del 33 per cento. Questo meccanismo permette di comprendere perché il beneficio massimo teorico raggiunga circa 1.000 euro all’anno.
Quanto aumenta la busta paga
Il calcolo parte dalla differenza tra le due aliquote. Sulla quota di reddito compresa tra 50mila e 60mila euro, il passaggio dal 43 al 33 per cento comporterebbe una riduzione dell’imposta pari al 10 per cento della quota interessata. Chi dispone di un reddito imponibile di 60mila euro e rientra integralmente nella fascia avrebbe quindi una riduzione teorica dell’Irpef di circa 1.000 euro all’anno.
Il vantaggio diminuisce naturalmente per chi supera appena la soglia dei 50mila euro. Con un reddito imponibile di 55mila euro, per esempio, la misura interesserebbe soltanto i 5mila euro compresi tra 50mila e 55mila euro. Il risparmio teorico sarebbe quindi di circa 500 euro l’anno. A 52mila euro, invece, il beneficio arriverebbe a circa 200 euro annui. Per chi possiede un imponibile di almeno 60mila euro, il vantaggio sulla fascia interessata raggiungerebbe invece il limite di circa 1.000 euro.
Queste cifre richiedono però una precisazione importante. Non possiamo tradurre automaticamente il risparmio fiscale in un aumento identico della busta paga mensile. Il calcolo effettivo dipende infatti dal reddito imponibile, dalle detrazioni spettanti, dalle addizionali regionali e comunali e dalla situazione individuale del contribuente. Inoltre, il reddito complessivo ai fini Irpef non coincide necessariamente con la retribuzione annua lorda indicata nel contratto di lavoro.
Il beneficio massimo può arrivare a circa mille euro
Se il governo dovesse confermare l’estensione fino a 60mila euro, il vantaggio massimo sulla sola Irpef statale sarebbe dunque di circa 1.000 euro lordi all’anno di imposta in meno per la fascia interessata. Dividendo semplicemente questa cifra su dodici mensilità si ottiene un valore medio di circa 83 euro al mese, mentre su tredici mensilità il valore scenderebbe a circa 77 euro. Su quattordici mensilità, invece, la media sarebbe di circa 71 euro.
Il dato reale in busta paga potrebbe comunque differire da queste semplici divisioni. Il datore di lavoro deve infatti applicare le regole fiscali e contributive previste per ciascun lavoratore e considerare anche il conguaglio annuale. Per questo motivo, non tutti coloro che guadagnano 60mila euro vedrebbero necessariamente 83 euro in più ogni mese. La cifra serve soprattutto a rappresentare l’ordine di grandezza del beneficio massimo derivante dall’eventuale modifica dello scaglione.
Una misura ancora legata alle risorse della manovra
Il punto decisivo resta quello delle coperture finanziarie. L’estensione dell’aliquota del 33 per cento fino a 60mila euro avrebbe un costo per i conti pubblici e il governo dovrà individuare le risorse necessarie per finanziare l’intervento senza compromettere gli equilibri della finanza pubblica. La discussione sulla misura rientra quindi nel più ampio confronto sulla prossima legge di Bilancio.
Il tema interessa in particolare il cosiddetto ceto medio, cioè quei contribuenti che hanno redditi superiori alla fascia ordinaria ma che non appartengono alle categorie con redditi molto elevati. L’estensione del secondo scaglione avrebbe un effetto più evidente proprio su chi supera la soglia dei 50mila euro, mentre non cambierebbe direttamente l’imposta sulle fasce inferiori già interessate dall’aliquota del 33 per cento.
Occorre infine ricordare che l’eventuale passaggio al 33 per cento fino a 60mila euro non è ancora legge. La normativa attualmente in vigore mantiene il limite del secondo scaglione a 50mila euro, mentre l’ipotesi discussa dal governo riguarda la possibilità di spostare quella soglia a 60mila euro. Soltanto con l’approvazione della nuova legge di Bilancio si potrà conoscere con certezza l’eventuale decorrenza, la platea dei beneficiari, le modalità di applicazione e l’effettivo impatto sulle buste paga.
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