Negli ultimi decenni il numero di persone che dichiarano di avere problemi dopo aver mangiato pane, pasta e altri alimenti contenenti frumento è cresciuto in molti Paesi. Il fenomeno ha alimentato un mercato sempre più ampio di prodotti senza glutine e ha portato molte persone a modificare autonomamente la propria alimentazione. La ricerca scientifica, tuttavia, invita a distinguere tra condizioni molto diverse tra loro. Non tutte le persone che accusano gonfiore o disturbi dopo aver mangiato prodotti con glutine hanno una vera intolleranza al glutine e non tutte hanno la celiachia.
Gli studi più recenti mostrano comunque un quadro interessante. La celiachia, una malattia autoimmune nella quale l’organismo reagisce al glutine provocando un’infiammazione e un danneggiamento dell’intestino tenue, presenta una crescita della frequenza nel corso degli ultimi decenni. Parallelamente, un numero molto più elevato di persone riferisce una condizione definita sensibilità al glutine o al frumento non celiaca. Si tratta di una situazione nella quale compaiono sintomi dopo il consumo di questi alimenti, ma gli esami non mostrano né celiachia né allergia al frumento.
La ricerca parla di un fenomeno globale
Una recente revisione sistematica e metanalisi ha analizzato 25 studi che complessivamente hanno coinvolto 49.476 persone provenienti da 16 Paesi. I ricercatori hanno stimato che il 10,3% della popolazione analizzata riferisce una sensibilità al glutine o al frumento non celiaca. Il dato varia considerevolmente tra i diversi Paesi e riguarda una condizione riferita dalle persone, non una diagnosi medica confermata attraverso un unico test specifico.
La differenza assume un’importanza fondamentale perché la medicina non dispone ancora di un biomarcatore specifico capace di identificare con certezza la sensibilità al glutine o al frumento non celiaca. I medici devono quindi prima escludere la celiachia e l’allergia al frumento e successivamente valutare il rapporto tra alimentazione e comparsa dei sintomi. La ricerca ha inoltre evidenziato che il cosiddetto effetto nocebo può influenzare alcune esperienze alimentari: una persona può aspettarsi di stare male dopo aver mangiato glutine e sviluppare effettivamente sintomi anche quando il glutine non rappresenta necessariamente la causa principale.
Tra le persone che riferiscono questa sensibilità, i sintomi più frequenti riguardano l’apparato digerente. Il gonfiore rappresenta il disturbo più comune, seguito da fastidio e dolore addominale. Compaiono inoltre diarrea, stitichezza, nausea e una serie di sintomi che interessano anche altre parti dell’organismo, come stanchezza, mal di testa, dolori articolari e problemi cutanei. Circa il 40% delle persone che riferiscono sensibilità al glutine o al frumento segue una dieta senza glutine.
La celiachia è diversa dalla semplice sensibilità
La celiachia rappresenta un problema completamente diverso. Si tratta di una malattia autoimmune legata a una predisposizione genetica nella quale l’assunzione di glutine attiva una risposta immunitaria anomala. La reazione può danneggiare la mucosa dell’intestino tenue e compromettere l’assorbimento dei nutrienti. Per questo motivo la diagnosi e il successivo trattamento richiedono un approccio medico preciso.
Le ricerche epidemiologiche indicano che l’incidenza della celiachia è aumentata nel tempo. Una metanalisi di studi sulla popolazione ha stimato un incremento dell’incidenza di circa il 7,5% ogni anno dalla seconda metà del Novecento. Gli studiosi sottolineano però che l’aumento delle diagnosi non dipende necessariamente da un’unica causa. Una maggiore attenzione da parte dei medici, una migliore capacità di riconoscere la malattia e una maggiore disponibilità dei test diagnostici hanno certamente contribuito a individuare più persone malate.
Allo stesso tempo, diversi studi suggeriscono che l’aumento non dipenda soltanto dal miglioramento della diagnosi. Alcune ricerche hanno osservato infatti una crescita reale della prevalenza della celiachia. Questo dato ha spinto gli scienziati a studiare con maggiore attenzione i cambiamenti ambientali che hanno accompagnato le trasformazioni dello stile di vita degli ultimi decenni.
Microbiota, infezioni e ambiente sotto osservazione
La predisposizione genetica da sola non sembra spiegare l’aumento della celiachia. Le persone devono possedere determinate caratteristiche genetiche per sviluppare la malattia, ma molte persone che possiedono queste caratteristiche non sviluppano mai la celiachia. Per questo motivo la ricerca sta cercando di comprendere quali fattori ambientali possano contribuire alla perdita della tolleranza immunitaria verso il glutine.
Tra le ipotesi più studiate compare il ruolo del microbiota intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi che vivono nell’apparato digerente. La composizione del microbiota può cambiare in relazione alla dieta, all’esposizione agli antibiotici e ad altri fattori ambientali. Alcuni studi hanno osservato differenze nel microbiota delle persone con celiachia, ma gli scienziati non hanno ancora stabilito se queste alterazioni contribuiscano allo sviluppo della malattia oppure rappresentino una conseguenza della stessa.
Anche alcune infezioni gastrointestinali hanno attirato l’attenzione dei ricercatori. Diversi studi hanno osservato un’associazione tra alcune infezioni e un maggiore rischio di sviluppare l’autoimmunità legata alla celiachia. Tuttavia, non esiste ancora una prova definitiva che individui una specifica infezione come causa dell’aumento della malattia. Lo stesso vale per gli antibiotici: alcune ricerche hanno rilevato associazioni tra l’esposizione a questi farmaci e il successivo sviluppo della celiachia, ma gli esperti considerano ancora insufficienti le prove per stabilire un rapporto causale.
Il problema potrebbe non essere sempre il glutine
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda proprio la domanda che molti consumatori si pongono: quando una persona sta male dopo aver mangiato pane o pasta, il glutine rappresenta davvero il responsabile? Gli studi non permettono di rispondere sempre in modo affermativo.
Il frumento contiene infatti numerose sostanze oltre al glutine. Alcune ricerche hanno concentrato l’attenzione sugli inibitori dell’amilasi-tripsina e sui fruttani, carboidrati fermentabili che possono provocare gonfiore e altri disturbi intestinali in alcune persone. In determinati casi, quindi, eliminare il glutine può migliorare i sintomi senza dimostrare necessariamente che il glutine rappresenti la causa biologica del problema.
La ricerca ha inoltre trovato una forte associazione tra la sensibilità al glutine o al frumento riferita dai pazienti e la sindrome dell’intestino irritabile. Le persone che riferiscono questa sensibilità presentano una probabilità molto maggiore di riferire anche sintomi compatibili con il colon irritabile. Questo collegamento ha portato gli studiosi a considerare la possibilità che una parte dei disturbi rientri nel più ampio gruppo delle alterazioni dell’interazione tra intestino e cervello.
Perché eliminare il glutine senza diagnosi può essere un errore
La crescente popolarità della dieta senza glutine ha modificato profondamente il comportamento dei consumatori. Molte persone eliminano pane e pasta dopo aver osservato un miglioramento del gonfiore, della pesantezza o di altri disturbi. Questa scelta può sembrare semplice, ma eliminare il glutine prima di effettuare gli accertamenti può complicare la diagnosi della celiachia, perché gli esami diagnostici richiedono generalmente che la persona consumi ancora glutine.
Per questo motivo, quando una persona sospetta di avere un problema legato al glutine, gli specialisti raccomandano di rivolgersi al medico prima di modificare radicalmente la propria alimentazione. Il percorso può prevedere esami del sangue e, quando necessario, ulteriori accertamenti. Solo dopo aver escluso le patologie conosciute si può valutare con maggiore attenzione una possibile sensibilità non celiaca.
Il fenomeno globale, quindi, non racconta semplicemente una storia nella quale il glutine sarebbe diventato improvvisamente dannoso per l’essere umano. La realtà scientifica appare molto più complessa. La celiachia sembra realmente aumentare e gli studiosi cercano ancora di capire quali fattori ambientali contribuiscano a questa crescita. Allo stesso tempo, milioni di persone riferiscono disturbi associati al consumo di glutine o frumento senza avere una diagnosi di celiachia o allergia.
La domanda alla quale la ricerca deve ancora dare una risposta definitiva riguarda proprio l’origine di questo fenomeno. Genetica, microbiota, infezioni, alimentazione, ambiente e funzionamento dell’intestino possono interagire tra loro. Per questo gli esperti invitano a non ridurre tutto alla semplice equazione “glutine uguale problema”. Capire perché alcune persone sviluppano una reazione al frumento e perché la celiachia sia diventata più frequente rappresenta una delle questioni ancora aperte nella ricerca sulle malattie immunitarie e gastrointestinali.
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