Da domani, mercoledì 15 luglio, prenderanno ufficialmente il via le nuove disposizioni contro la cosiddetta shrinkflation, cioè quel fenomeno che porta molte aziende a ridurre la quantità dei prodotti confezionati senza applicare una corrispondente diminuzione del prezzo di vendita. In numerosi casi il consumatore continua a trovare sugli scaffali confezioni praticamente identiche, mentre all’interno il contenuto risulta inferiore rispetto al passato e il costo rimane invariato oppure aumenta.
Lo scorso 15 aprile il Ministero delle Imprese e del Made in Italy aveva notificato alla Commissione Europea il progetto di decreto legislativo dedicato alle misure di contrasto delle pratiche commerciali di riporzionamento dei prodotti preconfezionati. Dopo il periodo previsto per eventuali osservazioni da parte dell’Unione europea, il provvedimento entra ora nella fase conclusiva e diventa operativo. Tuttavia, rispetto alle prime versioni diffuse nei mesi scorsi, il testo definitivo presenta una modifica significativa che cambia profondamente il sistema informativo destinato ai consumatori.
Le novità introdotte dal decreto contro la shrinkflation
Con la scadenza del termine concesso all’Unione europea per eventuali contestazioni, il decreto può essere approvato definitivamente. Il governo guidato da Giorgia Meloni aveva già cercato di affrontare il problema della shrinkflation nel 2024 attraverso il disegno di legge sulla Concorrenza. In quell’occasione il provvedimento aveva modificato il Codice del consumo introducendo l’articolo 15-bis, che prevedeva un obbligo temporaneo di etichettatura della durata di sei mesi.
L’obiettivo consisteva nell’informare chiaramente i cittadini quando un prodotto confezionato subiva una riduzione della quantità rispetto alla versione precedente. Quel contrassegno specifico avrebbe riguardato le confezioni riproporzionate, permettendo ai clienti di riconoscere immediatamente i prodotti interessati.
La shrinkflation provoca infatti un aumento nascosto del prezzo reale dei prodotti, perché il costo al chilo o al litro cresce anche se il prezzo esposto sembra rimanere invariato. In questo modo molti consumatori finiscono per spendere di più senza accorgersi immediatamente della diminuzione del contenuto.
L’intervento dell’Unione europea cambia il testo della legge
Nel marzo 2025 l’Unione europea aveva però avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, ritenendo incompatibili alcune disposizioni con la direttiva dedicata alla trasparenza del mercato unico. Di conseguenza il Governo ha rivisto l’intera struttura normativa e ha modificato le misure inizialmente previste.
Il decreto che entra in vigore dal 15 luglio incorpora quindi le nuove regole, ma rinuncia proprio a uno degli strumenti che aveva suscitato maggiore interesse tra i consumatori: l’obbligo di indicare in modo evidente sulla confezione la diminuzione della quantità del prodotto.
Scompare il bollino sulle confezioni e cambia la comunicazione
Secondo Codacons, il testo definitivo risulta molto meno incisivo rispetto alle intenzioni iniziali. L’associazione sottolinea infatti che le nuove disposizioni hanno perso uno degli elementi più importanti per garantire la piena trasparenza nei confronti degli acquirenti.
La norma che obbligava i produttori a riportare in etichetta la dicitura “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità” non compare più nella versione definitiva del decreto.
Al suo posto arriva un sistema di comunicazione interno alla filiera commerciale che coinvolgerà produttori, distributori e rivenditori, sia nei punti vendita tradizionali sia nei canali di commercio online. Di conseguenza, l’informazione non comparirà più direttamente sulla confezione destinata al consumatore.
I prodotti più interessati e il peso economico per le famiglie
Secondo Codacons, la shrinkflation interessa un comparto che in Italia vale circa 120 miliardi di euro ogni anno. L’associazione stima inoltre che questa pratica determini aumenti occulti dei prezzi medi compresi tra il 10% e il 18%, con casi che possono arrivare perfino al 40%.
Tra i prodotti maggiormente coinvolti figurano cereali per la colazione, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse pronte, formaggi confezionati e bibite. Il fenomeno interessa anche numerosi articoli per la casa, come detersivi e carta igienica, oltre ai prodotti destinati alla cura della persona, tra cui bagnoschiuma, shampoo e dentifrici.
L’associazione evidenzia inoltre che, ipotizzando un incremento medio anche minimo dello 0,1% annuo sull’intero paniere dei beni di largo consumo, le famiglie italiane avrebbero sostenuto negli ultimi quindici anni un costo aggiuntivo complessivo pari a circa 1,8 miliardi di euro.
Non solo shrinkflation: cresce anche il timore della skimpflation
Oltre alla riduzione delle quantità, Codacons richiama l’attenzione su un’altra pratica sempre più diffusa, conosciuta come skimpflation. In questo caso le aziende non riducono il contenuto della confezione, ma abbassano i costi produttivi utilizzando ingredienti meno pregiati oppure diminuendo la qualità dei servizi offerti senza modificare i prezzi destinati ai clienti.
Secondo l’associazione, alcuni produttori sostituiscono ingredienti più costosi, come il burro o l’olio extravergine di oliva, con alternative meno pregiate quali olio di palma o margarina. In altri casi le uova fresche lasciano spazio a tuorli e albumi liquidi o in polvere, mentre piatti pronti e salse contengono meno carne e una maggiore quantità di addensanti o acqua.
La stessa logica riguarda anche il settore dei servizi. “Porzioni più piccole nei ristoranti, colazioni diventate un servizio a pagamento negli alberghi e pulizie delle camere effettuate con minore frequenza” rappresentano, secondo Codacons, alcuni esempi concreti di una tendenza che continua a incidere sulle spese quotidiane dei consumatori senza offrire un corrispondente risparmio economico.
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